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Bologna, la seta e la sete

pubblicato il 30/12/2016

di Angelo Rambaldi (Storico)

bologna la seta e la sete

L’arrivo di numerosi sericultori da Lucca diede grande impulso al processo di industrializzazione della città e allo sviluppo dei canali che dissetavano i bolognesi e alimentavano i mulini

Fra il XIII e il XIV secolo giunsero a Bologna, provenienti da Lucca, numerosi sericultori e operatori della seta, una manifattura allora scarsamente presente in città. In quel tempo esisteva una pur limitata attività serica, ma con l’arrivo dei lucchesi tutto cambiò in qualità e quantità. Come mai questo arrivo? Lucca, sin dall’alto Medioevo, era stata il centro italiano della seta. Fra il Duecento e il Trecento, la città fu sconvolta da una serie di guerre e sommosse che videro protagonisti vari condottieri militari che ne ambivano la signoria. Per uscire da questo situazione di grande instabilità, molti setaioli abbandonarono Lucca. Fu comunque una migrazione ragionata, perché nella quasi totalità dei casi si diressero in solo tre città: Bologna, Venezia e Firenze. Ma prima di proseguire il racconto su Bologna città della seta, facciamo un brevissimo excursus alle origini. Si narra che la nascita della bachicoltura si deve all’Imperatore cinese XI Liwgshi, ma molti studiosi ritengono che la Cina conosceva la seta sin dal 3.000 a.C. Gli imperatori cercarono di tenere ben serrati i segreti della produzione della seta, ma - come spesso accade in questi casi - la bachicoltura si propagò in Giappone e in Corea. Molti secoli dopo, con l’infittirsi delle vie carovaniere, la bachicoltura sbarcò come prima tappa a Costantinopoli verso il 530 d.C. In Italia, i primi centri furono a Palermo e in Sicilia. Come detto, fu Lucca a divenire il più importante centro serico della Penisola. Ma, esattamente come era accaduto all’Imperatore cinese qualche migliaio di anni prima, per cause oggettive di disagio dovuto al periodo di instabilità politica, con guerre e rivolte, i setaioli cominciarono, almeno in gran parte, a emigrare.
Molti studiosi si sono chiesti il perché della scelta di Bologna, Venezia e Firenze. Fino a questo momento le documentazioni che lo giustificano appaiono vaghe. È però piuttosto probabile che in quel tempo, a cavallo fra Duecento e Trecento, le tre mete agli occhi dei lucchesi avessero caratteristiche simili e per loro tranquillizzanti. Queste città erano in un periodo di forte sviluppo, ad esempio Bologna nel giro di circa un secolo si apprestava a quasi quadruplicare la propria cerchia muraria e stava mettendo in opera la costruzione del canale Navile che avrebbe portato dentro la città una forza motrice, senza dimenticare l’Università già in pieno sviluppo. Firenze era ormai avviata a divenire la città egemone della Toscana e il raggio d’azione terrestre e marittimo di Venezia era in piena espansione. Le tre città, insomma, si avviavano a essere per dimensione e influenza fra le maggiori d’Italia e d’Europa. Con l’arrivo dei sericultori lucchesi iniziò un rapido processo di industrializzazione, e qui entra in campo una novità tutta bolognese: mi riferisco alla vera e propria rivoluzione industriale rappresentata dal mulino ad acqua. Fu un’innovazione tecnica mossa dall’energia idraulica dei canali, sempre perfezionata nel tempo. Rappresentava un importante modello proto-industriale che permise alla nostra città di commercializzare in tutta Europa, e non solo.
Facciamoci guidare da un esperto di quei tempi, che ci racconta quello che accadde. «…. Certe macchine grandi, le quali mosse da un canaletto d’acqua di Reno, fanno ciascuna di loro con molta prestezza filare, torcere e adopiare quattro fila di seta, operando in un istante quello che farebbero quattromila filatrici….». Quello che più conta è che i mulini da seta “alla bolognese”, la cui tecnologia venne sempre gelosamente custodita, oltre che risultare particolarmente efficienti garantivano filati più robusti e di migliore qualità rispetto a quelli prodotti da altre città italiane ed europee. La ricchezza prodotta da questa industria contribuì a migliorare e a dare un volto nuovo alla città, ma ricadde anche sui ceti più umili: si calcola che il 35% della forza lavoro di Bologna, fra il Cinquecento e l’inizio del Settecento era occupata nel setificio.Canale delle moline, via Piella
La reale visione della Bologna industriale dal Medioevo all’età moderna, prima della decadenza nella seconda metà del XVIII secolo, è stata in questi ultimi lustri valorizzata ed esplorata da validi studiosi. Il ritardo negli studi, nel passato derivava dall’eredità ottocentesca post unitaria. Come ha giustamente osservato il Professor Alfeo Giacomelli, «… La borghesia risorgimentale, che si riteneva in ascesa, trasferì alla società e alla borghesia bolognese delle età precedenti tutti i limiti che le erano propri, di una Bologna provinciale e agraria».
In realtà, Bologna nel Medioevo (e pure in età moderna) era stata una grande capitale europea, non solo per lo studio e la cultura, ma anche per banche, commerci e industria. Ed è proprio la vicenda dell’insediamento industriale serico che lo dimostra. Su questo aspetto e su altri, come quelli legati alla vicenda culturale, artistica e sociale di Bologna, il Mare Termale Bolognese è deciso a proporre una narrazione più approfondita, che riguarda soprattutto il centro della città, ma non solo, di cui è protagonista il vero e proprio “romanzo della seta” e dei vari canali e condotte d’acqua che, oltre a essere forza motrice industriale, dissetavano i bolognesi. Tutto questo alla vigilia di una grande novità per la città, rappresentata dalla riqualificazione dell’area centrale, dove varie età della vicenda storica, artistica e civile bolognese si incontrano e si fondono. L’Archiginnasio, il portico del mercato del Pavaglione, la città voluta dall’ampliamento che ha al centro la fontana del Nettuno, l’ingegnoso percorso dell’acqua che lo alimenta e la Bologna degli interventi urbanistici fra Ottocento e Novecento, fra cui il grande edificio fra via Rizzoli e Piazza Re Enzo, opera dell’Architetto Muggia, con il mai dimenticato cinema Modernissimo di cui si approssima la riapertura. Per arrivare infine ai vasti sottopassi ora in disuso, che sono sulla antica Via Emilia.
Di tutto questo riparleremo sia su questa rivista, con le novità che l’impresa del Gruppo Monti Salute Più porterà in questo grande intervento urbanistico, sia con un volume che tratterà i vari aspetti della storia artistica, culturale e industriale bolognese: un racconto non pedagogico, ma divulgativo e adatto a tutti.

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